Grazie dai bambini di Taranto
La ri...nascita a Taranto ( foto Enzo Cei )
Neonati a Taranto, la vita che vince ( foto Enzo Cei )
Il cerchio magico appartiene a te ( foto Enzo Cei )
I neonati di Taranto sui delfini vanno incontro alla vita ( foto Enzo Cei )
La neonatologia di Taranto ( foto Enzo Cei )

LA STORIA DI MIRIAM

La nostra “avventura” nel reparto di Neonatologia e terapia intensiva neonatale è cominciata nel 2002, quando, specializzandi in Psicologia della Salute, portammo avanti una ricerca sugli effetti del massaggio somministrato ai neonati prematuri.

Volevamo dimostrare che il massaggio migliora le condizioni del neonato critico e facilita la relazione tra il personale sanitario ed i genitori che, sentendosi partecipi nelle cure prestate ai loro bambini, percepiscono in modo più positivo la permanenza all’interno del reparto.

La nostra ricerca terminò nel 2004 e noi eravamo soddisfatti non solo dei risultati, ma anche per aver conosciuto delle persone speciali come i medici, le infermiere e le ausiliarie del reparto.

Il dolore delle famiglie incontrate ci toccava profondamente, anche se noi non eravamo ancora genitori. Cercavamo di capire i loro sentimenti e le loro emozioni di fronte alla precarietà della situazione nella quale i loro figli e loro stessi si trovavano.

Cercavamo di capire… ma non potevamo capire realmente cosa significasse, finché non è successo a noi. Il 1 marzo 2006 sono costretta ad un cesareo d’urgenza alla 25ª settimana a causa di una gestosi che avrebbe portato via sia me sia la bambina che aspettavo. Ero terrorizzata… non per me, ma perché sapevo cosa avrebbe comportato per la bambina una nascita così prematura.

Quel giorno nasce Miriam: la nostra prima figlia. Nasce con i polmoni notevolmente immaturi e la prima volta che riesco a vederla (un giorno e mezzo dopo la nascita) è posizionata all’interno di un’incubatrice che chiamano “lavatrice”. La sensazione è terribile, quasi soffocante. I sensi di colpa mi sommergono, ma sono ingiusti ed ingiustificati: la colpa non è di nessuno.

Passano i giorni, sembrano infiniti. La situazione sembrava poco migliorare: i piccoli progressi, come un lieve aumento di peso, o una reazione alle carezze che facevamo alla bambina, ci riempivano di gioia e di speranza. Magari però il giorno dopo c’erano dei peggioramenti ed allora la speranza cedeva il posto all’angoscia e alla disperazione.

La medicina non poteva sbilanciarsi e tante volte le mie domande avevano come risposta sguardi carichi di dolore e compassione da parte dei medici e delle infermiere che con tanto amore si prendevano cura di Miriam.

Immersi e sommersi dall’impotenza più annientante, l’unica risposta era la Fede.

Quasi compulsivamente recitavo preghiere che guarissero la mia bambina, ma molte di queste dicevano “sia fatta la Tua volontà, non la mia”. Il problema era comprendere quale fosse questa volontà, per vedere nel futuro, per poterci preparare ad affrontarlo.

Nel frattempo chiesi di farla battezzare.

Il giorno di Pasqua, il 16 aprile 2006, torniamo a casa molto tristi: c’erano stati dei peggioramenti e i medici non potevano dire niente, se non “aspettiamo e vediamo”.

Il 17 aprile, il Lunedì dell’Angelo, la nostra piccola ci lascia, ma soprattutto viene liberata da quel Calvario per diventare anche lei un angelo.

Dire che è stato straziante forse basta, forse no. In effetti, non ci sono parole di fronte al dolore più grande e più innaturale che possa esistere. Ma portando quella ferita nel cuore e imparando a conviverci, le parole piano piano si definiscono e si intravede la trama di un disegno: di un progetto più bello e più grande.

La mia richiesta è stata sempre quella che la mia piccola Miriam fosse sana, guarisse, crescesse sana e forte. Visti gli eventi e ascoltate tante storie dolorose di altre famiglie, sono sicura che la nostra Miriam non sarebbe stata sana. Sono sicura che la sofferenza di averla persa, dopo soli 47 giorni, è stata probabilmente di gran lunga inferiore rispetto a quella di vederla soffrire ogni giorno per combattere contro chissà quali problemi. È scritto infatti che a ognuno viene dato il peso che può portare e sopportare. Dopo 8 anni posso dire con certezza che quel peso l’abbiamo portato e sopportato non senza dolore, non senza angoscia, non senza rabbia, non senza crisi, proteste e vacillamenti. È inoltre scritto che quando un albero non porta frutto vada potato, affinché cresca più rigoglioso e porti più frutto.

È stato così… ecco il progetto più grande e più bello cui ora vedo la trama.

Il 2 agosto 2007 nasce Chiara, la nostra luce dopo le tenebre, la nostra splendida bambina che si è trovata ad essere travolta da un amore immenso, quello rimasto inespresso e che non abbiamo potuto donare a sua sorella e quello rivolto a lei, che tanto abbiamo atteso, non senza difficoltà, impazienti che la vita rifiorisse.

La gravidanza è stata comunque a rischio gestosi, prevenuta e tenuta sotto controllo, con puro terrore. Dopo Chiara, nel 2009, mi trovo ad affrontare due aborti spontanei, uno dopo l’altro.

In seguito a queste ulteriori perdite, dolorose ma sicuramente meno della prima, faccio delle indagini e scopro di essere predisposta alla gestosi a causa di una mutazione su un fattore della coagulazione del sangue: il fattore V di Leiden.

Questa scoperta mi ha permesso di portare a termine un’altra gravidanza, inattesa ma desiderata, pur sempre a rischio, che culmina con la nascita di Bianca il 25 giugno 2012. Anche lei è meravigliosa e monella abbastanza come lo sono i bambini di due anni.

L’esperienza che vorrei emergesse è che noi abbiamo compreso a nostre spese come può essere possibile trasformare la sofferenza e le perdite in donazione continua d’amore. La tendenza alla chiusura e alla disperazione non ha avuto la meglio… non deve avere la meglio.

Le risorse presenti dentro ciascuno di noi sono talmente ricche… se solo riusciamo a vederle, a riconoscerle per potervi attingere a piene mani.

Il sacrificio di nostra figlia ha permesso alle sorelle di poter nascere sane, diagnosticando un problema e potendolo prevenire.

Ci ha permesso di poterci aprire al dolore di chi affronta situazioni simili e di poter offrire la nostra esperienza umana e professionale.

Ci ha permesso di essere qui oggi per veder nascere questa Associazione e augurarci che possa diventare un riferimento ed un punto di ristoro per tutte le famiglie che chiedono aiuto e sostegno.

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